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La storia di Casteldaccia




Brevi cenni sulla storia del nostro paese


La storia ufficiale di Casteldaccia ha inizio nell’anno 1737, quando il Marchese Vincenzo Ignazio Abbate di Lungarini acquistò per “2400 onze” il territorio denominato “Castellazzo” che, successivamente, diventerà, con Regio Decreto del 1° Maggio 1854 firmato da Ferdinando II, comune autonomo.

Dai documenti ufficiali risulta che il Marchese di Lungarini avrebbe voluto fondare nel feudo appena acquistato un nuovo paese, ma in tale progetto fu ostacolato dal vicino Marchese di Altavilla che, invocando una particolare legge del tempo, oppose una resistenza presso l’Autorità regia.

A questo punto il Lungarini, per rabbonire il Marchese, gli concesse l’uso dell’acqua del vicino fondo Naurra, ottenendo con questo atto la licenza Regia.

Il primo nucleo abitativo del paese si dispose attorno ai tre lati della Torre-Castello, dove furono costruite le prime modeste abitazionicontadine, alle quali fu dato il nome di “Casuzze”.

Con l’incremento sempre maggiore della popolazione il lungimirante Marchese di Lungarini pensò di far erigere, accanto alla piccola Chiesa del Rosario attigua alla Torre-Castello, una grande Chiesache fu ultimata nel 1746.

A testimonianza di questo evento, ancora oggi tale data è inserita nello stemma della famiglia Lungarini, posto all’interno della Chiesa, sotto la grande finestra centrale.

Ma se questa è la storia del primo nucleo abitativo di Casteldaccia, vi sono tracce di precedenti insediamenti islamici e normanni presenti nella zona a monte del paese denominata contrada “Ciandro”.

Da alcuni documenti storici, si evince infatti che in tale contrada sorgeva un casale nel quale, al tempo di re Ruggero II, veniva prodotto il vino per la Cappella Palatina.

Con riferimento alla contrada “Ciandro” si parla anche di una scoperta archeologica fatta da un contadino che rinvenì, nel proprio podere, un grandissimo numero di sepolture con coperchi ad iscrizione a mosaico e contenenti scheletri, piccoli vasi, mobili e monete bizantine e romane.

Il contadino all’epoca non capì il valore e l’importanza della scoperta fatta e, rotte tutte le urne, decise di vendere le monete ad un antiquario di Palermo per pochi spiccioli.





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